L’ascetica lussuria del cuore-cosmo

di Gabriele Simongini

 Ogni opera d’arte nasce come nasce il cosmo: attraverso

                                                         catastrofi che dal fragore caotico degli strumenti formano una

                                                  sinfonia,che chiamiamo armonia delle sfere. La creazione di

                                                  un’opera d’arte è la creazione di un mondo”.

                                                                      Wassily Kandinsky

                                                  “Io mi contraddico. Sono ampio. Contengo moltitudini”.

                                                                       Walt Whitman

                                                            

Appena un anno fa i nuovi esiti della sorprendente ricerca di Mariantonietta Sulcanese si potevano sintetizzare con una formula rapida ed efficace, ad effetto, presa in prestito dal titolo di un famoso romanzo di Susanna Tamaro: “Va’ dove ti porta il cuore”. Senza però trascurare, con maggior profondità, il mirabile motto di Blaise Pascal secondo cui “il cuore ha le sue ragioni che la ragione non conosce”. E così in molte opere della nostra artista è protagonista un cuore-cosmo che diventa quasi il primordio di ogni forma possibile e che col passare del tempo si trasforma sempre di più in essenza metamorfica e mutante: il battito del cuore individuale coincide col palpito universale. Mariantonietta Sulcanese rivela così l’ambiziosa volontà di non fermarsi ai mezzi della pittura per esplorare invece il proprio spirito interrogandosi sui misteri dell’essenza vitale.

Sperimentando la via coerente e rigorosa di un coinvolgimento sempre più diretto dell’osservatore tramite l’uso vibrante e sinestetico (visivo, tattile e perfino uditivo nelle risonanze musicali) della materia e del colore, l’artista si sta indirizzando con sempre maggior convinzione verso l’espansione plastica a livello ambientale ed installativo proprio partendo da questa forma archetipa, un elemento iconografico dal fortissimo impatto emozionale, ai limiti dell’illustrazione popolare (Il Sacro Cuore di Gesù) e dell’ex voto. E’ come se i battiti del cuore non avessero potuto sopportare solo la dimensione limitata del quadro per aprirsi invece al mondo, per trasmettere un’empatia coinvolgente e magari anche ironica, per avvolgere lo spettatore con un abbraccio polisensoriale. In questo modo, unendo una vocazione ambientale ed una presenza “sentimentale” che sfida perfino il concetto ambiguo e oggi pervasivo di kitsch, la Sulcanese ha cercato una sollecitazione più estesa ed articolata della sensorialità, passando dal quadro allo spazio, attraverso strutture oggettuali in cui pittura e scultura  si fondono con lo scopo di catturare la luce sottolineandone però, per contrasto, l’inafferrabile mutevolezza esaltata dall’uso sapiente e provocatorio di particolari resine acriliche. Così, l’artista lavora sulla tensione e sul cortocircuito fra gli opposti: bidimensionalità-tridimensionalità, ragione-emozione, sacro-profano, arte alta-kitsch, sensualità-spiritualità, materia-luce, caos-ordine geometrico, caldo-freddo, sentimento-rigore analitico, astrazione-empatia e via discorrendo. Forza la mano ed alza i toni dell’impegno creativo perché ha capito che la pittura deve oltrepassare la pura contemplazione (ormai purtroppo sostituita dall’illusione della perpetua connessione) e diventare esperienza, assumendo aspetti multiformi e proteiformi per affermare la propria presenza in un mondo sommerso dagli oggetti, dal frastuono, dall’indifferenza e dalla superficialità dell’apparenza.

In qualche modo la scelta di puntare sul cuore in forme così dirette e spavalde, quasi aggressive ed “impudiche”, ha fatto sì che l’artista si sia messa a nudo in tutte le proprie intenzioni per scatenare una reazione, una presa di posizione e magari una profonda riflessione nell’osservatore. Così Mariantonietta  inietta consapevolmente in alcune opere (“6 aprile 2009 ore 3:32”, ad esempio) il virus del kitsch, oggi dominante a livello mediatico, usandolo come uno stratagemma per catturare gli sguardi distratti. Si serve dell’iperbole ereditata dalla Pop Art depurandola dalla sua asettica indifferenza visiva e morale ma salvaguardando il suo potenziale comunicativo rivolto però, nel caso della Sulcanese, ad indicare la strada di un percorso ascetico sui generis. Un itinerario in cui l’artista tratta il colore come se avesse un’anima, un carattere, una personalità, sulle orme, mutatis mutandis, di quel che aveva intuito, sentito e teorizzato l’ineguagliabile Kandinsky. Di volta in volta i colori della Sulcanese si raggrumano, si cristallizzano, si smaterializzano oppure si concretizzano con plastica evidenza, si agitano, si distendono, si accendono o si incupiscono, sprofondano nella malinconia oppure vibrano di gioia, come esseri umani che affermano con forza il proprio diritto d’esistenza. E sono colori pieni di frenesia contemporanea, che accettano la sfida del bombardamento percettivo a cui siamo sottoposti quotidianamente portandola su un piano estetico.    

La vena evocativa di Mariantonietta prende corpo con forza anche nel dato formale oltre che cromatico: alla potente presenza della forma si accompagna e risponde la sua assenza fisica, o meglio la sua traccia impressa nella memoria che assume di volta in volta le spoglie di un rivolo sanguinolento o di un’impronta. E’ come se la forma-coscienza fosse sul punto di essere travolta dall’irrefrenabile flusso di eventi apparenti ed effimeri della società contemporanea, fondata sull’instabilità, sulla frammentarietà e sull’oblio. Essa rischia dunque di restare e di vivere solo nel ricordo, venendo comunque continuamente reinventata dall’artista se è vero, come ha detto Pierre Bonnard, che “l’immaginazione non è altro che l’esplicitazione della nostra memoria”.

Agendo sul contrasto fra esuberante fisicità materica intrisa di sensualità, da un lato, e afflato cosmico dato dall’identificazione completa di spazio e luce in un anelito al sublime e allo spirituale, Mariantonietta Sulcanese mette in campo diverse possibilità di una pittura afferrata nella sua essenza camaleontica ed esemplificata dai mutamenti della materia, di volta in volta densa e rugosa come un minerale oppure rarefatta come una pellicola di pura luce, opaca, riflettente o brillante. Ma è fondamentale notare che il rapporto della Sulcanese con la materia è prima di tutto in funzione della luce: non si basa quindi su una rilettura ormai superata dell’esistenzialismo fenomenico tipico dell’informale quanto piuttosto su una sorta di lussuria ascetica, un curioso ossimoro volto a sedurre i sensi col suo cangiantismo luminoso per poi condurci alla ricerca di tracce ed impronte che recano con sé l’essenza ultima di un’interiorità densa di spiritualità. Del resto, all’anima si arriva sempre passando anche per il corpo. Ne viene fuori un intreccio inestricabile in cui non è possibile ordinare le gerarchie della ragione e del sentire, del percepire, del ricordare e dell’immaginare. L’esprit de géométrie quasi coincide con l’esprit de finesse. Ecco allora che i cuori diventano qualcos’altro, archetipi per un’ipotesi di cosmogonia, essenze metamorfiche che vanno scoperte pazientemente nelle pieghe della modulazioni luministiche, sudari immemorabili che affiorano fra le griglie geometriche di un ordine apparentemente cristallizzato o magari potentemente cruciforme (come in “Impronte/La forma e la sua memoria”-C8”), mappe dell’anima, relitti dispersi nel vuoto di una genesi sempre nuova. E tutto, complessivamente, viene messo in scena attraverso pochi colori che però sono costantemente diversi nella loro epifania luminosa rivelando un’inesauribile vitalità. Ecco, questi fremiti di vita pieni di ostacoli che si fanno largo fra strutture rigorosamente ordinate sono presenze biomorfe che si lasciano andare ad una sorta di danza primordiale in cui lotta ed abbraccio, strette mortali ed amplessi, presenza ed assenza si fanno tutt’uno attraverso le trasformazioni e le avventure di una materia innervata d’energia e sempre luminescente.

E se il trascorrere di un anno per alcuni artisti non implica alcun cambiamento, perlomeno apparente, nel caso della Sulcanese il discorso è diverso: la sua ascetica ossessione per il lavoro e per la ricerca è anche un esercizio interiore che non ammette soste troppo lunghe e compiaciute. La sua riflessione è sempre legata all’azione in un nuovo connubio che con un neologismo potremmo quasi chiamare “riflazione”.  Lo si vede bene anche nelle opere recentissime presentate alla Galleria Trifoglio Arte di Chieti e che fanno da preludio ideale alla meritata partecipazione dell’artista al Padiglione Italia (nella sua articolazione regionale) dell’imminente Biennale di Venezia. Scavando fra le pieghe più intime dei risultati ottenuti per scoprirne tutte le potenzialità Mariantonietta va in profondità con coraggio e getta il cuore oltre l’ostacolo, letteralmente. E infatti in alcuni lavori di questi ultimi tempi (del ciclo “IMPRONTE/LA FORMA E LA SUA MEMORIA/IPOTESI/FRAME)  il cuore si è ormai dissolto in un palpito cosmico, in un nuovo mondo pullulante di colori iridescenti e gemmei, meraviglie minerali e pur organiche arrivate da chissà dove, semi destinati a far germogliare nuove ed imprevedibili forme. Il battito vitale viene quasi bloccato in un “fermo immagine” potente, dal forte impatto visivo, che genera stupore ed incanto. O forse siamo noi che senza rendercene conto siamo sbarcati su un altro pianeta grazie all’astronave pittorica di Mariantonietta, ai suoi effetti speciali che nascono “semplicemente” dal connubio fra mano, occhio, cervello ed anima. Anima Mundi, verrebbe da dire con umiltà, a bassa voce.