Percorsi nei sensi del divenire2018-12-13T17:04:04+00:00

Percorsi nei sensi del divenire

di Antonio Zimarino, 2005

A ben guardare, su questi dipinti non ci sono che pochi elementi costanti: linee giallo /oro, croci “genetiche”, forme sferiche frammentate o unitarie, un elemento fluido chiaro, campi di colore tra l’azzurro cinereo, il blu o il giallo, qualche colore di terra, fortissime evidenze della materia pittorica. Ma al di là di questi elementi essenziali costanti, davanti agli occhi scorrono delle continue e diverse soluzioni formali costruite per combinazioni e variabili: esse rappresentano evidentemente un percorso riflessivo e analitico dentro e attraverso quegli elementi. Nella loro interazione continua, essi attuano di volta in volta, un complesso linguaggio di relazioni e rimandi che si muove sia sotto la dettatura logica del dialogo tra forme, campi e cromatismi, sia dalla suggestione meno logica data dalla “formatività” stessa della materia. Nel gioco dell’interazione e della relazione, si innescano costruzioni sintattiche mutevoli che sembrano avere come limiti estremi il rigore razionale o la dissoluzione emotiva.

Dentro queste coordinate generali si dipana un evidente “discorso visuale” fatto di esplosioni, implosioni, conquiste, riflessioni, attese, intuizioni, costanti e memorie, un linguaggio che, seguito con attenzione, si rivela teso al raggiungimento di un necessario equilibrio, apparente e momentaneo punto di arrivo o di partenza di un ansia esistenziale appena placata ma pronta a riproporsi.

Potremmo provare a dare anche una identificazione più precisa ai simboli o almeno tentare di indicare letture metaforiche /sinestetiche possibili: il color oro, la dimensione spirituale, le sue graduali e impastate tonalità verso il giallo non più riflettente, una sorta di dimensione spirituale che si incarna o che si sporca con la fisicità. Le “croci” distorte, di densissima materia pittorica, ricordano evidentemente la composizione dei cromosomi nei processi di meiosi e mitosi; la forma sferica, (costante per altro nella produzione pittorica della Sulcanese) frammentata, svuotata o riempita, frantumata o ricomposta, suggerisce ricerca di unità e constatazione di disunità; la differenza di piani /sfondo dai piani / rappresentazione rende evidenti due luoghi spaziali distinti: attraverso il primo, il linguaggio dispone e “distacca” le sue articolazioni principali e le sue significazioni, sottolineando ciò che soggiace e ciò che è evidente; il colore intimamente cinereo anche quando si fa più profondo, si apre a volte in qualche sprazzo di azzurro o di bianco, è cielo decaduto o in cerca di chiarezza, substrato di incerte tensioni., un elemento fluido, umorale collega costantemente un “sopra” con un inferiore; un elemento grigio e solido accoglie in sé, il peso immaginario degli elementi sferici.

Evidenziando semplicemente queste “aree di sensatezza” possiamo arrivare ad una prima considerazione importante riguardo la qualità di questa mostra: questo modo di lavorare nel linguaggio della pittura, non può essere motivato da una pura ragione tecnico – formale e nemmeno dal desiderio (in fondo piccino ma che appartiene a molte pseudo ricerche di oggi e del recente passato) di confronto con ciò che l’immaginario rituale e “giornalistico” ci indica essere “arte contemporanea”. Al contrario questo complesso e denso linguaggio, trova la sua spinta in una dimensione esistenziale sentita evidentemente come la dimensione più importante del Sé, come l’ambito in cui la sensatezza vada cercata. Gli inglesi definirebbero questa tensione “inner – directed”, ma io preferirei qualificarla meglio e definirla “spinta dall’anima”, ansiosa di comprendere ma non intimorita nella ricerca affannosa nell’incerto. …

… si, va bene, d’accordo ! Non potrei giurare che tutto ciò che sto dicendo sia “la verità” di quest’arte, però l’analisi formale che sto suggerendo è decisamente verosimile, possibile, probabile. Ma proprio in virtù di questa “possibilità” che e poi il procedere stesso della “thick description”  cioè dello strumento fondamentale per percorrere le strutture significative dei fenomeni culturali, vorrei provare a fare un passo ulteriore che credo ci possa confermare la sostanziale credibilità della nostra lettura: proviamo a smettere di guardare alla pittura e in particolare a quella della Sulcanese, come fosse solo un gioco di traduzioni e ipotesi interpretative intorno ad universi simbolici individualizzati. Se riduciamo la pittura, la sua pittura solo a questo, non riusciremmo a cogliere l’intima modernità di questo dipingere, il suo essere linguaggio e forma profondamente “contemporanea” in quanto costruita sulla mobilità stessa dei linguaggi e sulla loro stratificazione e complessità relazionale . Finiremmo per sottomettere ancora una volta la vitalità del processo creativo alle pastoie della più immanente concettualità, finiremmo per credere che il senso del fare arte stia solo in ciò che possiamo astrarre intellettualmente da essa.

E allora devo necessariamente fermarmi con le letture, le metaforizzazioni, le interpretazioni dell’opera. Sono tutte cose, alla fin fine, probabili, suggestive, affascinanti ma obbligatoriamente imprecise e sempre pericolosamente a rischio di autoreferenzialità, se dimenticassimo che “l’estetico non è uno spazio puro, ma uno spazio reso visibile dalle circostanze culturali e dal contesto” . Parlare d’arte è anche parlare del contesto in cui l’opera si colloca in virtù della sua specifica o possibile identità: solo il suo relazionarsi alle altre forme d’arte, la porta a compimento, o almeno suggerisce il suo senso culturale, il suo ambito, la sua area di sensatezza..

Nel nostro contesto postmodernista possiamo trovare infiniti rimandi storicizzati agli esiti visivi della pittura della Sulcanese: i rimandi obbligatori alle poetiche del “color field”, dell’espressionismo astratto, dell’Informale, il Neoinformale ecc ecc sono costanti nella sua letteratura critica, ma quello che ci rischia di sfuggire (e che pochissimi suoi critici hanno giustamente evidenziato)  è che, la ricerca espressiva di Maria Antonietta Sulcanese ha la sua identità in quanto pittura di un processo e non di una definizione … è la forma progressiva del procedere ciclico tra gli elementi e le articolazioni; è erosione infinita delle significazioni, delle possibilità, è l’indagine stratificata nei campi di relazione tra i simboli, modernamente intesi nell’ottica dell’analisi di Goodman . E’ una pittura che accetta la mobilità indefinibile come campo di esplorazione e per questo può dirsi assolutamente “contemporanea”.

Mentre tentiamo assurdamente ancora di “cristallizzare” la creatività in definizioni o in strutture storiche, l’arte di oggi accetta l’indeterminatezza come condizione essenziale del proprio essere. Ciò che vale non è più la capacità di definire o “rappresentare” o poetizzare per simboli o condizioni, ma percorrere ed erodere gli spazi di sensatezza tra le cose, i simboli e le condizioni stesse. Una ricerca autenticamente contemporanea accetta la discussione con il divenire, accetta la relatività dei sistemi perché ogni proposta, ogni scelta è nel qui ed ora; Scelte e ipotesi non sono “già dette” ma sono rivissute e per questo nuovamente valide e autentiche.

Cosa sta facendo allora la Sulcanese ? Probabilmente la cosa più intelligente che un pittore (o un essere umano qualsiasi, con altri strumenti) possa fare del suo vivere: pensare ed indagare il presente, ipotizzare risposte, cercare il “senso complessivo e progressivo” del divenire, del proprio e dell’altrui stato esistenziale. In pratica, si pone delle domande, ipotizza percorsi, si serve di linguaggi amati (informale, color field, simbolismi primari o quant’altro) e senza anestetizzarli nel gioco ludico della postmodernizzazione, li mescola, li rivive, li seziona, li monta e li rismonta, cercando con essi, per essi e attraverso di essi le proprie risposte, il senso o i sensi che attraversano la propria attualità esistenziale. I “sensi”, le interpretazioni sono tutti dentro il complesso universo del suo linguaggio e della sua pittura e a noi in virtù della sua etica di artista e della autenticità di ricerca esistenziale, viene restituito il diritto e la possibilità di rivivere quei linguaggi storici, di trovarli presenti e ritrasformati, di accedere attraverso e al di là degli stessi, al “contenuto di verità” specifico della nostra artista, quel contenuto di cui Theodore Adorno parlava nella sua “Estetica”.

In pratica la ricerca artistica della Sulcanese è arrivata alla fase “ricostruttiva” della ricerca contemporanea, quella che ci libererà dal procedere progressivo e lineare storicistico dell’hegelismo così come dal monadismo dell’idealismo, quella che riporterà la dimensione del “possibile” nel pensiero e nella ricerca espressiva. Storia e cultura sono “fatti simultanei”, materiali del reale, biblioteche e strumenti per dar senso al qui e ora :ed è la nostra autenticità la nostra coerenza esistenziale che supera ogni “già visto” ogni “già detto”.

La novità della ricerca artistica della Sulcanese non sta propriamente nel linguaggio pittorico specifico a cui si potrebbe essere tentati di assimilarla, non è tanto in ciò che dice o scopre (con quale diritto o metodologia scientifica si potrebbe dire in assoluto “cos’è questo dipingere” “cosa dice” “cosa rappresenta” ?). La grande novità è la dimensione autentica, veritiera, necessaria, urgente del suo stesso ricercare: ed è esattamente questo atteggiamento che rinnova ed elabora i linguaggi, che fa procedere di pari passo la “necessità di esprimere” con la forma migliore per esprimerla, cercata nel bagaglio di conoscenze razionali o ancestrali dell’artista stesso e rimescolata dalla sua anima, prima ancora che dal suo intelletto..

Proprio in questa mostra la Sulcanese ci mostra di aver superato indenne e ricostruita le trappole della vulgata postmodernista per approdare a ciò che il Postmoderno realmente offre al pensiero e alla ricerca culturale del nostro presente: interpretare di nuovo,“a partire da” “insieme con” tutto ciò che la nostra identità storica rappresenta e ha rappresentato. Ecco allora che sarebbe assurdo pensare questo dipingere come “rappresentazione di” come “discorso per” mentre invece appare bello, naturale vivere quest’arte come “possibilità” di comprendere e comprendersi.

Lieve postilla

…, con metodologia chiara, attenzione alle intersezioni possibili e ai variabili leganti storici e culturali ma con modestia, capacità di ascolto e di osservazione, il “critico” sanamente postmoderno non dovrebbe che suggerire i percorsi visuali che riesce a cogliere nell’immaginazione concretizzata dell’artista e lasciare poi la libertà a ciascuno (in primis all’artista) di “metaforizzare” in essi, preoccupandosi solo di disegnare i contorni dell’ambito, dell’area di senso entro cui la ricerca dell’artista si muove, ipotizzando se mai qualche possibile verità  

1 C. GEERTZ, Interpretazione di culture, a cura di F. Remoti, Il Mulino, Bologna, 1987, p.
2 N. GOODMAN,
I linguaggi dell’arte, a cura di F.Brioschi, Il Saggiatore, Milano, 1991, p.35
3 F. CARMAGNOLA,
Parentesi perdute. Crisi della forma e ricerca del senso nell’arte contemporanea, Guerini & Associati, Milano, 1998, p. 81 e segg.
4 GOODMAN,
I linguaggi dell’arte cit., pp. 53 – 57.
5 P. ARDENNE,
Enunciati concorrenti, in: AAVV, Rendez-Vous de l’art contemporain / dell’arte contemporanea,  Centre Culturel Français de Turin – Lindau, Tori no, 2000, P.217